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Archivio per il 'Cinema' Categoria


Into The Wild

Pubblicato da Marco su Aprile 22, 2008

Sono dovuti passare dieci anni perché Sean Penn ottenesse i diritti per cominciare le riprese del suo Into The Wild, ma se si considera la qualità del prodotto finito, credo proprio che ne sia valsa la pena.
Non sarà stato di certo facile riprodurre la storia di un quasi sconosciuto, di un ragazzo che ha abbandonato tutto e tutti per addentrarsi nelle terre estreme, per andare ad Ovest, fino a raggiungere ciò che considerava come una prova che gli avrebbe permesso di conoscere meglio se stesso, l’Alaska.
Emile Hirsch è riuscito a incarnare Christopher McCandless in tutte le sue qualità, i suoi difetti e i suoi limiti: tutte le caratteristiche raccontate dalle persone che hanno incrociato Chris nel suo cammino e che sono state raccolte da Jon Krakauer nel libro a cui il film si ispira.
Ma forse non si potrebbe parlare neanche di un film. Into The Wild è di più: riesce a riunire al suo interno le caratteristiche dell’avventura, le immagini di un documentario, i sentimenti di un ragazzo speciale, contornate tutte dalla poesia e dalle citazioni dei libri che lesse McCandless durante il suo lungo viaggio, quelli di artisti in cui si rivedeva, anticonformisti, in particolare Jack London e Thoreau.
Non era, infatti, come poteva sembrare dal suo aspetto. Alexander Supertramp (così decise di ribattezzarsi per passare inosservato) era un ragazzo colto, si laureò nel 1990, poco prima di partire.
Decise di donare in beneficenza tutto ciò che aveva e di scomparire. Partì con la sua automobile, poi proseguì a piedi, chiedendo dei passaggi.
Passò dal Sud Dakota, dalla California, dall’Arizona, attraversò il fiume Colorado e incontrò e fece amicizia con le persone grazie alle quali, ancora oggi, parliamo di lui.
Sean Penn ha interpretato dal suo punto di vista la figura di Chris, e nessuno saprà mai se corrisponde a quella vera, ma dagli scritti che il giovane americano ha lasciato, si può capire come il suo viaggio sia visto, da lui stesso, parallelamente, una fuga e una ricerca.
Sembra che durante la sua vita familiare abbia conosciuto più esperienze infelici che positive, che lo portarono al rifiuto e all’odio verso tutti i parenti, tranne che verso la sorella, l’unica che lo capiva e che forse ha intuito veramente lo scopo della sua avventura.
Se da una parte Chris vuole scappare dal suo nucleo familiare, dall’altra lui scrive nel suo diario: 2 anni lui gira per il mondo: niente telefono, niente piscina, niente cani e gatti, niente sigarette. Libertà estrema, un’estremista, un viaggiatore esteta che ha per casa la strada. Così ora, dopo 2 anni di cammino arriva l’ultima e più grande avventura. L’apogeo della battaglia per uccidere il falso essere interiore, suggella vittoriosamente la rivoluzione spirituale, per non essere più avvelenato dalla civiltà. Lui fugge, cammina solo sulla terra per perdersi nella natura selvaggia.
È una dichiarazione che fa intuire come questo ragazzo sentiva il bisogno di staccarsi dalla società, che non accetta e in cui non si riconosce, per ricercare una felicità che, alla fine del film e, forse, della sua vita, si rivelerà utopica.
Christopher McCandless, dopo il suo lungo viaggio, morirà in Alaska, dentro il suo “magic bus”, un autobus usato come rifugio dai cacciatori che attraversavano quelle terre estreme. Morirà, molto probabilmente, in seguito ad un’intossicazione alimentare e verrà ritrovato e riconosciuto pochi giorni dopo.
Il suo presunto individualismo, verrà smentito dalle frasi lasciate scritte vicino al suo corpo, in particolare da una: Happiness real only when shared (la felicità è vera solo se condivisa).
Penn ha voluto pensare che al termine dalla sua impresa, Chris sia cambiato, abbia perdonato i suoi genitori e abbia capito che la bellezza della natura, le esperienze di tutti i giorni, la realtà, possono veramente rendere felice una persona, quando quest’ultima riesce condividere le stesse emozioni con gli altri, conoscendo chi ci sta accanto: forse uno dei tanti modi per conoscere anche se stessi.

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Charlton Heston: l’ultimo addio ad un eroe

Pubblicato da Marco su Aprile 9, 2008

Nel giro di poche settimane, dopo Richard Widmark, è morto un altro colosso del cinema mondiale.

Charlton Heston aveva 84 anni e già nel 2002 aveva annunciato di avere il morbo di Alzheimer dicendo: “cercate di essere indulgenti, e se vi racconterò due volte la stessa barzelletta, ridete lo stesso”.
Grande personalità, quindi, ma Heston era anche un unomo di grande cultura e intelligenza. Ha amato da sempre Shakespeare e nel 1996 accettò una parte in Hamlet di Kenneth Branagh.
Fu un uomo determinato e capace di esporre le proprie idee senza alcun problema. Da democratico, divenne Repubblicano, fu presidente del sindacato degli attori e negli anni ‘60, lottò per il movimento dei diritti civili a fianco di Martin Luther King. Difese inoltre il diritto costituzionale, di tutti gli americani rispettosi della legge, per il possesso di armi da fuoco, diventando presidente della National Rifle Association.
Così come nella realtà, anche nel cinema fu un leader. Ottenne parti importanti fondamentali in alcuni dei film più conosciuti di tutti i tempi.
Conosciuto in particolare per la sua partecipazione nei grandi kolossal del passato, interpretò Mosè in I Dieci Comandamenti, Ben Hur e El Cid negli omonimi film.
Recitando in oltre cento pellicole, si fece conoscere anche in L’infernale Quinlan di Orson Welles e in Il Pianeta delle Scimmie, mentre il suo ultimo film, Papà Rua Alguem 5555, venne diretto dall’italiano Egidio Eronico.

“È una definizione che non mi piace, ma è corretta” rispose ad un giornalista che lo aveva appena definito “un’icona”. In ogni caso, Charlton Heston rimarrà per sempre uno dei più importanti eroi del cinema di Hollywood.

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Il Cacciatore di Aquiloni (The Kite Runner)

Pubblicato da Marco su Aprile 5, 2008

Anche una trama semplice può suscitare diverse, profonde riflessioni. È proprio questo che viene da pensare dopo aver visto Il Cacciatore di Aquiloni, l’ultimo film diretto da Marc Forster (Monster’s Ball; Un Sogno per la Vita; Vero come la Finzione).
Tratto dal best seller di Khaled Hosseini, il film presenta la storia di Amir (Khalid Abdalla), figlio di Baba, un importante uomo di Kabul, e dell’amicizia col suo servo Hassan, includendo al suo interno altre tematiche fra le più attuali.
Non avendo letto il libro, non posso fare paragoni o esprimere preferenze a favore di una o dell’altra pubblicazione. Rimangono comunque antitetici i diversi commenti presenti sulla rete: c’è chi preferisce il libro, chi crede che il film sia ben riuscito. Una cosa è certa. Non è facile riproporre esattamente la stessa storia di un libro e Forster è sicuramente riuscito a suscitare grandi emozioni, compito molto difficile considerato il successo del libro, pur realizzando, nella forma, un film non eccezionale. Da segnalare infatti, è soltanto la bella riproduzione della vecchia Kabul, ricostruita in Cina, e la buona interpretazione dei due giovani attori afgani (Zekeria Ebrahimi e Ahmad Khan Mahmidzada).
Dividendo la storia in due grandi parti, il passato di Amir è narrato da un lungo flashback, che riconduce alla sua infanzia, trascorsa insieme ad Hassan. Entrambi amano gli aquiloni e riescono anche a vincere un torneo, “tagliando” tutti gli altri aquiloni avversari.
Ma l’Afghanistan della fine degli anni ‘70 è teatro di scontri militari dovuti al fragile equilibrio mondiale, ma scaturiti anche da un sentimento razzista interno, nei confronti delle etnie minori del paese. E fra i più emarginati vi sono gli hazara, il gruppo etnico di cui fa parte Hassan, che subisce lo stupro da parte di tre ricchi ragazzi pashtun.
Amir non aiuta l’amico, che diventa la principale denuncia vivente della sua vigliaccheria, e fa in modo che venga cacciato dalla sua casa.
Ma i sensi di colpa lo accompagneranno per tutta la vita, riaffiorando grazie alla telefonata di un amico di suo padre.
Il giovane afgano è ormai uno scrittore e vive negli Stati Uniti con sua moglie, ma deve tornare nel suo paese, per cercare il figlio del suo grande amico Hassan, che porterà con se, e, quindi, per rimediare agli errori commessi durante la sua infanzia. Una voglia, questa, amplificata inoltre dalla scoperta di Amir: Hassan è, in realtà, suo fratello.
Baba ha, quindi rubato la verità al figlio (questa espressione viene riproposta più volte all’interno del film) e questo è solo uno dei temi centrali della storia.
Guardando Il Cacciatore di Aquiloni, infatti, si assiste, oltre che al sentimento di amicizia, tramutato poi in amore fraterno, fra i due giovani afgani, anche ad un bel rapporto padre-figlio, nonché alle drammatiche situazioni che hanno turbato la storia dell’Afghanistan nella seconda parte del ventesimo secolo: dagli scontri interni, all’invasione sovietica, all’affermazione del fondamentalismo islamico, sostenuto dai gruppi talebani.

Un altro tema è quello dell’amore per la patria, che rimane sempre della mente di chi è scappato dal paese natio: Baba porterà con se, fino alla morte, un contenitore con un po’ di terra afgana al suo interno. Questo sentimento patriottico è presente in tutto il film, nonché nei romanzi scritti dal protagonista e nella lettera di Hassan, indirizzata ad Amir, una lettera di speranza, dove il giovane hazara spera “che suo figlio sia un uomo libero, che un giorno possa tornare a Kabul e che gli aquiloni riempiano di nuovo il cielo”.

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Muore a 93 anni Richard Widmark

Pubblicato da Marco su Marzo 27, 2008

Aveva 93 anni ma il suo volto era ancora fra i più cattivi del cinema di Hollywood.
Si è spento, infatti, il 24 marzo, Richard Widmark, a Roxbury, Connecticut, dopo una lunga malattia.
Originario del Minnesota, completa gli studi di arte drammatica a Chicago e raggiunge il successo a New York, a Brodway, dove esordisce nel 1943 con Kiss And Tell.
Ma solo il grande salto nel campo cinematografico gli fa raggiungere la più grande fama. Già con il suo primo film, nel 1947, riceve una nomination agli Oscar e vince un Golden Globe come miglior attore non protagonista. Il Bacio Della Morte rimane, ancora oggi, un classico del cinema mondiale nonché il punto di partenza per la grande carriera dell’attore: celebre è la scena in cui Widmark spinge giù dalle scale una vecchia paralitica, ridendo e immedesimandosi, perfettamente, nella sua parte di assassino.
Le pellicole a cui Widmark partecipa superano la cinquantina e contano anche la collaborazione con grandi registi e attori del cinema statunitense.
La duttilità dell’attore nel muoversi fra diversi generi cinematografici, conferma la sua grande capacità di interprete, sempre migliorata negli anni, anche in qualità di docente di recitazione. Conosciuto per le parti assunte nei thriller e nei noir, il genere in cui più ha lavorato è il western: celebre è la sua partecipazione in Alamo di John Wayne.
Pur interpretando sempre la parte del cattivo, Widmark, nella vita quotidiana, era tutt’altro che violento. Importante è stato, infatti, il suo impegno nel promuovere delle leggi più severe per il controllo delle armi negli Stati Uniti.

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Il Petroliere (There Will Be Blood)

Pubblicato da Marco su Marzo 18, 2008

E non poteva essere che Daniel Day Lewis il vincitore dell’ultimo oscar come miglior attore protagonista. Sarà forse perché hanno lo stesso nome, ma l’interprete londinese è riuscito a “calarsi” egregiamente nella parte di Daniel Plainview, personaggio principale dell’ultimo film di Paul Thomas Anderson, Il Petroliere, tratto dalle prime pagine del romanzo Oil! di Upton Sinclair.
Tutta basata sulla figura del protagonista, la pellicola segue la sua storia di terra, fango e petrolio, in un climax di cinismo, avidità e drammaticità.
Dal duro lavoro da ricercatore di oro e argento, si passa alla narrazione della vita di uno dei primi americani ad investire sull’oro nero, alla creazione di una piccola impresa di estrazione a conduzione “familiare”, per giungere al suo primo grande investimento, principale causa di diversi problemi che, degenerando, finiranno per far sprofondare, il protagonista, nella più assoluta misantropia.
Il personaggio che, più di tutti, metterà i bastoni fra le ruote a Plainview, è il predicatore (Paul Dano) di una piccola e remota comunità cristiana, composta dagli abitanti delle stesse terre texane che, l’imprenditore, decide di acquistare.
Tanto falso quanto il protagonista, sarà proprio il fondamentalista religioso ad approfittare più di tutti della forte presenza economica nella sua terra: egli otterrà i soldi per la sua comunità, riuscendo poi ad andar via.
La cattiveria del protagonista si intuisce già dalle prime riprese, in particolare dai primi piani sullo sguardo, attento e furbo, di Daniel Day Lewis.
E infatti, dalle scene finali del film, si ha la conferma sulla vera natura di Daniel Plainview, un uomo che ha approfittato persino di un bambino che, inizialmente, adotta per aggiudicarsi la fiducia delle famiglie con cui tratta, ma che poi, diventando un peso per la sua compagnia, decide di abbandonare.
Il film, non ha una storia né una struttura avvincente, ma ha la capacità di coinvolgere il pubblico dal primo all’ultimo minuto, grazie alla sua colonna sonora, firmata da Johnny Greenwood dei Radiohead, che sottolinea gli stati d’animo dei personaggi ripresi.
Degna del premio oscar è, inoltre, la fotografia: i primi piani oscuri e silenziosi del protagonista “parlano” più delle scene che presentano dialoghi.

Il petroliere è, quindi, il grande sconfitto dell’ultima edizione degli oscar. Infatti, dopo aver ricevuto ben otto nomination, ha trionfato in solo due categorie, sfigurando, forse ingiustamente, di fronte al rivale Non è un Paese per Vecchi.
In nulla inferiore ad esso, il film, forse presenta l’unica nota storta, nella sua durata da kolossal, troppo estesa e, secondo me, per niente adatta ad un prodotto che potrebbe esse classificato come un romanzo biografico.

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Espiazione (Atonement)

Pubblicato da Marco su Marzo 12, 2008

Quanto possono essere condizionate, due vite, da un errore sbadato, da un fraintendimento?
Su questo quesito vuol farci riflettere lo scrittore Ian McEwan, autore di Espiazione, romanzo adattato dal regista Joe Wright nel suo ultimo omonimo film.
Vincitrice di un premio oscar e candidata all’oscar come miglio film, la pellicola narra la drammatica storia della giovane Briony Tallis (Saorise Ronan e Vanessa Redgrave), tredicenne dalle notevoli capacità letterarie e dalla spiccata immaginazione, principale causa della sua triste vita.
Il film si divide in tre parti, narrate sempre da un punto di vista mobile, interno alla storia, quello della protagonista, della sorella Cecilia (Keira Knightley) e del fidanzato di quest’ultima, Robbie (James McAvoy), la vera vittima di tutta la vicenda.
È una bella e calda giornata in casa Tallis, quando il fratello maggiore di Cecilia deve rientrare a casa. Durante la stessa giornata, la piccola Briony, assiste, senza capire cosa sta vedendo, all’incontro della sorella con il fidanzato e legge una lettera compromettente che, il giovane ragazzo, sbadatamente, scambia con la lettera che avrebbe voluto consegnare a Cecilia.
Questi due elementi, porteranno, la scrittrice in erba, a creare nella sua mente una cattiva e sbagliata immagine di Robbie, credendolo un maniaco sessuale.
La sorte vuole che la sera stessa, Lola, una cugina dei fratelli Tallis, viene violentata nella grande tenuta che circonda la villa. Non si conosce il colpevole, ma Briony confessa alle autorità di essere convinta che sia stato Robbie, o coglie l’occasione per incolparlo ingiustamente.
Il vero colpevole è, infatti, un amico del fratello maggiore, che non viene accusato neanche dalla sua vittima. Il fidanzato di Cecilia viene arrestato e messo in cattiva luce agli occhi di tutta la famiglia.
La storia, per mezzo di un salto temporale, si sposta in Francia, durante la Seconda Guerra Mondiale, dove ritroviamo Robbie, che riesce a far ritorno in Inghilterra, dove ritrova la sua amata Cecilia.
Ma alla fine del romanzo, Briony, ormai anziana scrittrice affermata, rivela che questa versione dei fatti, è solo ciò che sarebbe dovuto accadere. Robbie è morto in Francia e lei non ha potuto rimediare al suo errore. Ha deciso, infatti, di scrivere un romanzo che raccontasse tutta la verità.

Il regista ha creato il film in modo che lo spettatore potesse capire ciò che porta Briony ad accusare Robbie. Infatti, tutte le scene fondamentali sono precedute da ciò che vede la protagonista, che diventa sempre più scettica nei confronti di Robbie.
I momenti del film, sono inoltre collegati l’uno all’altro da una musica onnipresente, che si adatta al periodo in cui è ambientata la storia. Il suono dei tasti di una macchina da scrivere si fonde con il ritmo della musica composta dal compositore italiano Dario Marianelli, che si aggiudica l’oscar per la migliore colonna sonora.
Infine, bella l’interpretazione della giovane Briony, candidata all’oscar come migliore attrice non protagonista.
Il film risulta piacevole e non cade mai nella “lentezza” di molti lavori drammatici, motivo per cui, forse, avrebbe meritato un oscar in più.

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80a edizione degli Oscar di Hollywood

Pubblicato da Marco su Febbraio 26, 2008

Era dai tempi di West Side Story che una coppia di registi non vinceva l’oscar. E dopo 47 anni, proprio i fratelli Ethan e Joel Cohen, si aggiudicano uno dei massimi riconoscimenti per il cinema.
Loro ed il loro film sono, infatti, i veri trionfatori dell’ottantesima edizione degli oscar di Hollywood. Miglior regia, miglior film (Non è un paese per vecchi), miglior attore non protagonista (Javier Bardem) e miglior sceneggiatura non originale, senza considerare le altre quattro nominations che aveva ricevuto.
Il Petroliere, il rivale della serata, si aggiudica solo due oscar, sicuramente meritati. Straordinarie sono, infatti, la fotografia e l’interpretazione di Daniel Day-Lewis.
Marion Cotillard è invece la miglior attrice protagonista dell’anno, per La Vie En Rose, film sulla vita di Edith Piaf.
Solo un oscar per gli altri tre candidati come miglior film: Tilda Swinton (Michael Clayton) è la miglior attrice non protagonista, Espiazione riceve il premio per la migliore colonna sonora, composta dall’italiano Dario Marianelli, mentre Juno, forse troppo azzardata la massima candidatura per lui, per la miglior sceneggiatura originale, quella della debuttante Diablo Cody.
Secondo, inaspettato, trionfatore della serata è The Bourne Ultimatum: miglior montaggio, miglior sonoro e miglior montaggio sonoro.
Piccolo trionfo per l’italia, che ottiene un premio anche per due artisti nostrani, Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, vincitori dell’oscar per la migliore scenografia, quella di Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street.

Di seguito tutti i rimanenti oscar assegnati:

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Non è un paese per vecchi

Pubblicato da ImMoRt4L su Febbraio 24, 2008

Dal romanzo di McCarthy, il ritratto di un’America senza più miti, soffocata dalla violenza. Uno sceriffo combatte le forze del male nella follia della violenza nell’America dei Coen.

Tommy Lee Jones

Il film, presentato lo scorso maggio al Festival di Cannes dove non vinse nessun premio, si apre con la voce fuori campo dello sceriffo Bell, interpretato da Tommy Lee Jones, che introduce il tema di fondo del film: l’irrimediabile perdita di valori di un mondo che non riconosce più il rispetto, la solidarietà e l’onestà, e ha lasciato il campo alla violenza, alla sopraffazione e all’avidità. Quest’ultima è la caratteristica che ha spinto il saldatore texano Llewelyn Moss, interpretato da Josh Brolin, a impadronirsi di una valigia con due milioni di dollari, trovata andando a caccia nel deserto, dove due bande di spacciatori di droga si sono eliminate a vicenda. Ma per essere un furto così consistente, Llewelyn commette troppi errori e soprattutto non si accorge che nella valigia c’è un congegno elettronico che lo farà trovare da un killer spietato, Anton Chigurh, interpretato da Javier Bardem. Il ladro scappa, dirigendosi verso il vicino Messico, il killer lo insegue, seminando cadaveri sul suo cammino e lo sceriffo cerca di mettersi sulle loro traccie. Particolare importanza ha il paesaggio texano, colto dal direttore della fotografia Roger Deakins nei suoi rari momenti di fascino, ripreso nell’immobilità del giorno, inospitale e spettatore di fronte a un dramma che ha perso ogni senso.

Josh Brolin

Un film che sembra apparentemente di genere ma che si delinea come un moderno romanzo americano. Forse l’unica pecca di questo film sono le numerose riflessioni personali dello sceriffo, che risuonano come una specie di imperativo categorico della morale, o per meglio dire una lezione di morale magari giustificata, ma sicuramente intrusiva.

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American Gangster

Pubblicato da Marco su Gennaio 26, 2008

Se vi hanno appassionato film come Goodfellas, Scarface o Departed, se amate le vere storie dei gangster americani, andate al cinema a vedere il nuovo lavoro di Ridley Scott.
American Ganster è ispirato ad una storia vera, quella di Frank Lucas, uno dei più grandi trafficanti di droga statunitensi che, dalla fine degli anni ‘60 al 1975, riuscì a costruire un vero impero grazie alla famosa Blue Magic, eroina pura al 100%, importata direttamente dal Vietnam, grazie alla collaborazione di alcuni militari corrotti, impegnati nella guerra asiatica.
L’intera storia, contrappone Frank Lucas, criminale di sani principi, che mette al primo posto della sua organizzazione la sua stessa amata famiglia, che non tradisce mai e per cui viene arrestato da Richard “Richie” Roberts, incorruttibile ispettore della contea di Essex che, pur di portare a termine il suo lavoro, si dimentica della moglie e del figlio.
Il sistema chiasmico dei due personaggi, interpretati rispettivamente da Denzel Washington e Russell Crowe, fa si che Frank e Richie, da nemici, riescono a collaborare e a stringere un legame che li legherà per tutta la vita.
Superfly, questo è il soprannome di Frank Lucas, il nero più potente degli Stati Uniti, ha rappresentato “il progresso” delle organizzazioni mafiose americane del periodo. Ma viene anch’egli superato dalla nuova generazione, come si può intuire dall’ultimo fotogramma del film, in cui il vecchio boss, uscito di prigione, si ritrova in un’America profondamente cambiata, quella degli anni ‘90.
American Gangster è costruito su una storia lineare, che segue e incrocia il cammino di Frank e Richie, ancora prima dell’inizio della loro ascesa.
Pur essendo un gangster movie, si distacca dai film inizialmente citati, troppo legati al sangue. Scott cerca infatti di fare del suo lavoro, un vero e proprio libro di storia, incentrando l’attenzione del pubblico nei processi che hanno portato alla costruzione dell’organizzazione di Lucas e nei suoi personaggi.
Infine, è fondamentale ricordare la cura minuziosa che il regista pone nei dettagli, delle ambientazioni, dei costumi, della musica, creando un’ottima colonna sonora, piacevole e varia.

American Gangster è sicuramente uno dei migliori film prodotti negli ultimi anni e dispiace non vedere il suo nome fra le nomination agli oscar.

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È morto Heath Ledger

Pubblicato da Marco su Gennaio 23, 2008

È stato trovato morto Heath Ledger, l’attore protagonista di Brokeback Mountain, nel suo appartamento di New York.
Il corpo è stato trovato sdraiato su un letto da una massaggiatrice, giunta per un appuntamento, che subito ha chiamato aiuto. Si escludono le ipotesi di omicidio, ma il portavoce della polizia di New York avanza quella di overdose: sono state trovate, infatti, delle pasticche vicino al corpo, nudo, dell’attore.
Fra gli attori più promettenti di Hollywood, tanto che anni fa era stato paragonato anche a Marlon Brando, Heath si era fatto notare nel film scandalo del 2005, Brokeback Mountain, che gli aveva fatto ricevere le nomination all’oscar per il migliore attore.
L’ultima apparizione dell’attore è quella di I’m not there, dove interpretava il cantante Bob Dylan.
È pronto per la pubblicazione il suo prossimo film, The Dark Night, un sequel di Batman Begins, dove interpreta il joker, mentre erano in corso le riprese del film fantastico The Imaginarium of Doctor Parnassus.
Heath Ledger lascia, a 29 anni, la moglie, da cui era separato, e una figlia di due anni.

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