Into The Wild
Pubblicato da Marco su Aprile 22, 2008
Sono dovuti passare dieci anni perché Sean Penn ottenesse i diritti per cominciare le riprese del suo Into The Wild, ma se si considera la qualità del prodotto finito, credo proprio che ne sia valsa la pena.
Non sarà stato di certo facile riprodurre la storia di un quasi sconosciuto, di un ragazzo che ha abbandonato tutto e tutti per addentrarsi nelle terre estreme, per andare ad Ovest, fino a raggiungere ciò che considerava come una prova che gli avrebbe permesso di conoscere meglio se stesso, l’Alaska.
Emile Hirsch è riuscito a incarnare Christopher McCandless in tutte le sue qualità, i suoi difetti e i suoi limiti: tutte le caratteristiche raccontate dalle persone che hanno incrociato Chris nel suo cammino e che sono state raccolte da Jon Krakauer nel libro a cui il film si ispira.
Ma forse non si potrebbe parlare neanche di un film. Into The Wild è di più: riesce a riunire al suo interno le caratteristiche dell’avventura, le immagini di un documentario, i sentimenti di un ragazzo speciale, contornate tutte dalla poesia e dalle citazioni dei libri che lesse McCandless durante il suo lungo viaggio, quelli di artisti in cui si rivedeva, anticonformisti, in particolare Jack London e Thoreau.
Non era, infatti, come poteva sembrare dal suo aspetto. Alexander Supertramp (così decise di ribattezzarsi per passare inosservato) era un ragazzo colto, si laureò nel 1990, poco prima di partire.
Decise di donare in beneficenza tutto ciò che aveva e di scomparire. Partì con la sua automobile, poi proseguì a piedi, chiedendo dei passaggi.
Passò dal Sud Dakota, dalla California, dall’Arizona, attraversò il fiume Colorado e incontrò e fece amicizia con le persone grazie alle quali, ancora oggi, parliamo di lui.
Sean Penn ha interpretato dal suo punto di vista la figura di Chris, e nessuno saprà mai se corrisponde a quella vera, ma dagli scritti che il giovane americano ha lasciato, si può capire come il suo viaggio sia visto, da lui stesso, parallelamente, una fuga e una ricerca.
Sembra che durante la sua vita familiare abbia conosciuto più esperienze infelici che positive, che lo portarono al rifiuto e all’odio verso tutti i parenti, tranne che verso la sorella, l’unica che lo capiva e che forse ha intuito veramente lo scopo della sua avventura.
Se da una parte Chris vuole scappare dal suo nucleo familiare, dall’altra lui scrive nel suo diario: 2 anni lui gira per il mondo: niente telefono, niente piscina, niente cani e gatti, niente sigarette. Libertà estrema, un’estremista, un viaggiatore esteta che ha per casa la strada. Così ora, dopo 2 anni di cammino arriva l’ultima e più grande avventura. L’apogeo della battaglia per uccidere il falso essere interiore, suggella vittoriosamente la rivoluzione spirituale, per non essere più avvelenato dalla civiltà. Lui fugge, cammina solo sulla terra per perdersi nella natura selvaggia.
È una dichiarazione che fa intuire come questo ragazzo sentiva il bisogno di staccarsi dalla società, che non accetta e in cui non si riconosce, per ricercare una felicità che, alla fine del film e, forse, della sua vita, si rivelerà utopica.
Christopher McCandless, dopo il suo lungo viaggio, morirà in Alaska, dentro il suo “magic bus”, un autobus usato come rifugio dai cacciatori che attraversavano quelle terre estreme. Morirà, molto probabilmente, in seguito ad un’intossicazione alimentare e verrà ritrovato e riconosciuto pochi giorni dopo.
Il suo presunto individualismo, verrà smentito dalle frasi lasciate scritte vicino al suo corpo, in particolare da una: Happiness real only when shared (la felicità è vera solo se condivisa).
Penn ha voluto pensare che al termine dalla sua impresa, Chris sia cambiato, abbia perdonato i suoi genitori e abbia capito che la bellezza della natura, le esperienze di tutti i giorni, la realtà, possono veramente rendere felice una persona, quando quest’ultima riesce condividere le stesse emozioni con gli altri, conoscendo chi ci sta accanto: forse uno dei tanti modi per conoscere anche se stessi.
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