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Archivio per il 'Lettura' Categoria


Io non ho paura di Niccolò Ammaniti

Pubblicato da adet su Maggio 9, 2008

Io non ho paura“, scritto da Niccolò Ammaniti nel 2001, è un romanzo di formazione che analizza la mentalità e le paure dei bambini ed è impiantato su una storia thriller di un sequestro.

La storia si svolge nel 1978 in un ipotetico paesino del Meridione chiamato Acqua Traverse formato da poche case disperse nei campi di grano. Il protagonista è Michele che, durante una delle sue scorribande, scopre un bambino chiuso in un pozzo in una casa abbandonata. Egli comincia a prendersi cura del ragazzino, Filippo, fino a diventare amici, tanto che, quando scoprirà che suo padre e altre persone del paese, responsabili del rapimento, vogliono ucciderlo, lo aiuta a fuggire, ma Michele rimarrà ferito alla gamba dallo stesso padre.

Nelle prime pagine del romanzo ci viene descritto tutto il paesaggio che circonda il paese siciliano, dominato dall’afa e dall’aridità, nonostante vi siano enormi distese di grano. Questo cereale, che dovrebbe rappresentare la ricchezza, denota invece arretratezza e desolazione, anche attraverso espressioni come: “il caldo sbriciolava la terra, entrava nelle pietre, bruciava le piante, uccideva le bestie, infuocava le case; si schiattava; campagna rovente e abbandonata; case diroccate.

Subito dopo ci viene presentata la banda di Michele: il capo, Antonio Natale, detto “il Teschio”, è il più grande, ha dodici anni, fisicamente si presenta come un ragazzo forte e grosso, mentre caratterialmente è prepotente, autoritario, egoista e insensibile, qualità che gli permettono di essere subito riconosciuto come capo anche se nessuno lo ama. Inoltre, per punire ogni sgarro da parte degli altri amici, usa come arma la violenza e sfrutta la paura di essere picchiati non solo da lui, ma anche da suo fratello, che ha vent’anni ed è molto duro.

Poi c’è Salvatore Scardaccione, nove anni, il miglior amico del protagonista: è un bambino solitario ma forte e intelligente. Infine c’è Barbara, l’unica bambina del gruppo, che ha undici anni, è un po’ cicciotella e si innamora di Michele, colpita dalla sua bontà e buon senso nel voler fare la penitenza al posto suo, e Remo Marzano, che non prende mai posizione e parla molto poco.

Michele invece è un bambino di nove anni, proveniente da una famiglia povera; gli piace il gioco del calcio e fare escursioni sulla “Scassona”, la vecchia bicicletta del padre, con la sua banda di amici. È proprio durante una di queste che…

Per continuare a leggere la recensione del libro cliccate qui.

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“Lo straniero” di Albert Camus

Pubblicato da ImMoRt4L su Marzo 21, 2008

Con “Lo straniero” Alber Camus affronta uno dei grandi nodi problematici della coscienza contemporanea: l’assurdo, la radicale mancanza di senso dell’esistenza umana e di tutto il reale.

Lo straniero Albert Camus

Il protagonista del romanzo, Meursault, un uomo comune, un impiegato che vive nella citàà di Algeri (ancora territorio francese), non partecipa ai sentimenti e alle passioni che agitano gli altri umoni: dinanzi alle persone con cui viene a contatto, ai fatti in cui è coinvolto, resta del tutto indifferente. E’ come se fosse “straniero” alla realtà. Nella prima parte della vicenda questo atteggiamento di estraneità è inconsapevole. Meursault assiste al funerale della madre, morta in un ospizio per vecchi, senza dimostrare il dolore che tutti si aspetterebbero da lui; conosce una ragazza, Maria, e intreccia con lei un rapporto puramente fisico, senza implicare sentimenti; durante una giornata al mare uccide senza alcun motivo un arabo. Nella seconda parte l’eroe diviene cosciente delle ragioni di questa estranietà: l’assurdo dell’esistenza. Processato per l’omicidio commesso, la sua indifferenza gli viene contestata come aggravante, viene dipinto dall’accusa come un mostro per non aver pianto al funerale della madre; ma proprio durante il processo Meursault arriva a misurare la sua distanza dai rituali della giustizia, dai principi che regolano la condotta dei giudici e dell’opinione pubblica che lo condanna: la “normalità” virtuosae benpensante non è che mancanza di consapevolezza dell’assurdo. Nell’ultima pagina l’eroe rifiuta anche le consolazioni della religione, ed approda ad una sorta di felicità nel sentire simile a sé il mondo, nella sua indifferenza.

L’estreneità del protagonista al reale dà luogo anche ad un originalissimo inpianto narrativo. La vicenda è raccontata da Meursalt stesso, ma, a differenza di quanto avviene abitualmente, nelle narrazioni in prima persona, non si ha affatto introspezioni: il personaggio non rivela le motivazioni dei suoi atti, i suoi pensieri, i suoi sentimenti profondi. Non si tratta di reticenza poichè Meursault non pensa e non sente nulla, nella sua totale indifferenza alla realtà. E’ come se il personaggio, nonostante sia lui il narratore, fosse visto solo dall’esterno. Si ha quindi nel romanzo, un singolare intreccio di racconto autodiegetico e di focalizzazione esterna. L’impianto muta poi nella seconda parte dove, in coseguenza della sua assunzione di consapevolezza, Meursault arriva a motivare i suoi atti, a proporci le sue riflessioni e i suoi sentimenti.

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Recensione “Fontamara” – Ignazio Silone

Pubblicato da Marco su Febbraio 19, 2008

Proprio come disse l’autore del romanzo, Ignazio Silone, questo libro è scritto per testimoniare la condizione del popolo italiano all’epoca del regime fascista. Dalla narrazione, quindi, è possibile conoscere perfettamente lo stampo ideologico dell’autore, un convinto antifascista che sempre lottò in favore della classe operaia e contadina. Egli infatti, dapprima aderì al partito comunista, distaccandosi poi da esso, in modo da non appoggiare il regime sovietico di Stalin.

Ambientato nell’arco di tempo cha va dalla fine degli anni ‘20 all’inizio dei ‘30, in un paesino della Marsica, dal cui nome è tratto il titolo del libro, Fontamara è un romanzo che parla della vita degli abitanti di alcuni paesi minori italiani, negli anni caratterizzati dai continui soprusi commessi dal regime fascista, nei confronti della popolazione.
La vita regolare e monotona dei fontamaresi, durante la quale, ogni suo abitante, cerca di ingrandire i propri, minimi possedimenti, attraverso il duro lavoro di ogni giorno, viene alterata dall’avvento del fascismo, e dei suoi podestà nei comuni. Ai fontamaresi, infatti, viene tolta prima l’elettricità e poi l’acqua.
Sebbene si fossero abituati alla mancanza della luce elettrica, che mai nessuno aveva pagato, l’acqua gli venne tolta per mezzo di un raggiro, operato dalle autorità, coscienti della diffusa ignoranza nel paese.
Venne fatta firmare, infatti, un petizione che avrebbe sottratto l’acqua impiegata dagli ignari fotamaresi nei campi, per destinarla alle terre di proprietari che avrebbero potuto dedicare maggiori capitali.
Vi furono proteste ma si raggiunse un accordo, proposto da Don Circostanza, che pensò di ingannare nuovamente i fontamaresi, dicendogli che avrebbero ricevuto tre quarti di un quarto dell’acqua totale.
Si aggiunsero nuovi problemi, fino a quando, gli abitanti di Fontamara, decisero di scrivere Che fare?, un giornale nel quale parlarono del soprusi da loro subiti, che venne distribuito anche in altri paesi.
Ciò provocò la reazione del governo, che inviò le milizie nel paese, mettendo in fuga i superstiti dell’azione militare.

Fontamara è un romanzo corale di stampo verista, nel quale vengono narrati, in prima persona, i fatti accaduti nel paese, direttamente da alcuni suoi abitanti.
Il narratore è quindi interno e la fabula non coincide con l’intreccio, poiché tutto il libro è basato su un lungo flashback, composto dalla narrazione dei fontamaresi.
Il linguaggio usato dall’autore è abbastanza semplice e ciò permette una lettura scorrevole ma, la tematica prevalente dell’opera, la rende, a mio avviso, un po’ noiosa.
Premettendo che, negli anni della sua pubblicazione, il romanzo sicuramente ottenne grandi consensi, al giorno d’oggi, credo che l’argomento trattato da Silone, pur mantenendo la sua importanza, sia diventato ormai un po’ troppo ripetitivo. Penso, infatti, che per approfondire la questione trattata dall’autore, sia più efficace la lettura di un testo storico più specifico.

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Il giovane Holden - David Salinger

Pubblicato da ImMoRt4L su Febbraio 7, 2008

Il giovane Holden

“Il giovane Holden” è un Romanzo di Jerome David Salinger pubblicato nel 1951 con il titolo The Catcher in the Rye. Espulso dal college nei giorni che precedono il Natale, Holden Caulfield, figlio di una ricca famiglia di New York, rientra in città. Ma invece di tornare a casa, il ragazzo vaga inquieto per la metropoli e vive diverse esperienze che sono altrettante prove iniziatiche. Si fa procurare una ragazza dal cameriere di uno squallido albergo che poi lo deruba, va a teatro con l’amica Sally con la quale poi litiga, cerca invano l’aiuto di un suo vecchio professore, progetta di fuggire e, infine, si lascia convincere dalla saggia sorellina Phoebe a tornare dai genitori, che lo affidano alle cure di uno psicoanalista. Il romanzo è il resoconto in prima persona che il ragazzo fa allo psicoanalista della propria odissea urbana. Adolescente degli anni Cinquanta, Holden è il portavoce di quei milioni di giovani americani che avevano tra i quindici e i vent’anni subito dopo la seconda guerra mondiale. Lo smarrimento e la rabbia che il protagonista prova di fronte al vacuo conformismo degli adulti sono l’eco dei sentimenti di quella generazione: invecchiare in una società fondata sull’impegno e sul profitto o preservare quella parte infantile di se stessi di cui è depositaria la piccola Phoebe è un’alternativa nella quale i lettori si riconoscevano. Ma l’enorme successo del romanzo di Salinger risiede anche nell’uso originale del linguaggio – che intreccia ironia e pudore, violenza e tenerezza – e nella spudoratezza della narrazione, che fece scalpore in un’America mai veramente affrancata dal puritanesimo.

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Casa dolce casa, di Mary Higgins Clark

Pubblicato da adet su Gennaio 13, 2008

 

Casa dolce casa Mary Higgins Clark
Casa della piccola Lizzie. Attenzione!… Con questa scritta tracciata con della vernice rosso sangue sull’erba del giardino, vengono accolti i nuovi proprietari della famosa abitazione che ventiquattro anni prima era stata teatro di uno degli omicidi familiari più clamorosi di Mendham, una graziosa cittadina del New Jersey.

Ventiquattro anni prima, una bambina, Liza Burton, aveva ucciso la madre, Audrey Burton, e ferito il compagno, Ted Carthwright. Al processo, l’avvocato di Liza affermò che il colpo era partito accidentalmente, e nonostante le dichiarazioni di Ted sull’odio della bambina nei suoi confronti poiché non voleva che la madre si risposasse dopo la morte del padre, il verdetto finale era stato di non colpevolezza, ma tutti credettero che Liza avesse davvero avuto intenzione di uccidere.

Non essendo stato informato dall’agente immobiliare della terribile storia che stava dietro la fama della casa, Alex Nolan, ricco avvocato, decide di acquistarla come regalo di compleanno per la sua novella sposa, Celia Kellogg Foster. Non sa, però, che la donna nasconde un oscuro passato: Celia Nolan è, in realtà, la piccola Lizzie, o meglio Liza Burton!

Casa dolce casa, romanzo scritto da Mary Higgins Clark, ruota intorno agli oscuri eventi che iniziano a coinvolgere Celia e la sua famiglia… tutto sembra provocato da quella casa, e in effetti molti superstiziosi parlano di maledizione… la casa della sua infanzia diventa così un incubo, che sembra non finire più! Il passato la perseguita, ma forse non è un male…

È una bella storia, anche se non troppo avvincente, adatta a chi non ama le scene violente. Pochi colpi di scena, ma ritmo incalzante e descrizioni efficaci, che rendono questo giallo interessante e piacevole da leggere.

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Trattato su Stefano Benni

Pubblicato da thompsonboyd su Gennaio 10, 2008

Stefano Benni

Stefano Benni… Che cosa dire di lui? Come fare a ridurre in un trattato l’immensa arte,satira e poetica di cui i suoi libri sono interamente pervasi? Come fare ad inglobare in poche pagine il suo illuminato pensiero? Come fare a recintare nella gabbia costituita dalle parole scritte la sua incontenibile invettiva? Impresa ardua,forse impossibile. Mi limiterò quindi,in questo saggio,nel dare a voi,lettori sempre annoiati,un’idea ben precisa del lavoro svolto in questo ventennio,così intriso di cambiamenti politici e sociali,dal più geniale e delirante degli scrittori contemporanei; cercando di fare trasparire almeno una piccola percentuale della malinconia,del disagio,dell’amore,dell’impossibilità di amare,del ridere e dell’incontenibile tristezza e voglia di comunicare di cui scrive;e per cui,da sempre scrive.
Stefano Benni ,ben pochi lo sanno,nasce come poeta e non come scrittore. Quella particolare voglia arrivò dopo, quando si rese conto che i paletti imposti dalla normale brevità della poesia lo innorvosivano e sopratutto limitavano il suo genio. Esse,anche essendo state pochè,nonchè quasi del tutto dimenticate rimangono comunque delle perle di rara sensibilità ed ironia. Come lettera dal manicomio di Reggio,dove descrive la disumana condizione del suo amico Franco,rinchiuso in un aberrante manicomio,;nella quale scrive “lo so che nessuno ti ascolta di notte nei corridoi grandi come strade, ore giorni settimane senza un vero pensiero solo un buco nero in cui marcisce l’anima. Ti saluto e spero che tu venga a trovarmi Franco.”. Oppure la ben più ironica e provocatoria “al fumo” nella quale si susseguono parole del tipo:”Pakistano maledetto fammi tornare a case nel mio letto,Nepalese sii cortese devo andare,non mi suonare…” e ancora la sublime ti amo liù il cui contenuto tremendamente divertento ma fin troppo blasfemo costò al professore la prima vergognosa querela.

Benni Stefano

Nel 1983 dopo aver conseguito la sua seconda laurea,questa volta in fisica,(la prima fu in lettere moderne) troncò definitivamente con la poesia e contattò la casa editrice feltrinelli(con la quale aveva già pubblicato primo o poi l’amore arriva;la sua prima raccolta) e chiese di poter pubblicare un libro che aveva da tanti anni nel fantomatico cassetto,e cioè lo splendido ma non privo di difetti “Terra”. Il grande capolavoro arrivò,invece,3 anni dopo precisamente nel 1986. Verrà intitolato comici spaventati guerrieri. Ed in questo caso,cari lettori,posso affermare senza remore alcuna che ci troviamo di fronte ad uno dei libri più belli degli ultimi 40 anni. Esso è difatti una vera e propria recherche metropolitana che si dilata coralmente come fosse un blues ritmando spostamenti e appostamenti,separazioni e incontri,agguati e fughe,colpi di kung-fu e aikido e spari,amori e odii incontenibili,affetti struggenti ed amicizie improvvise,dialoghi e deliranti monologhi,visioni,speranze e sogni. Tutta questa sublime accozzaglia viene perfettamente mescolata da Benni che con sovrumana abilità da alchimista scrive ed emoziona come soltanto pochi eletti sanno fare. Scrive di città divise,in cui la sconvolgente distanza e divario tra la periferia ed il centro cresce in modo direttamente proporzionali. Scrive un romanzo in cui il riso ricade sul cinismo,nel quale la corruzione diviene squallida e dorata e le emozioni,dei distillati da acquistare giornalmente al super-market. Un libro in cui le perverse e spesso ilari situazioni tragicomiche giornaliere sfiorano il sublime e la satira si trasforma in un’emblema dorato indice di una libertà finalmente totale e senza limitazioni;un romanzo nel quale le modulazioni poetiche e spesso musicali elevano il tutto ad un livello irragiungibile,forse anche dallo stesso Benni. Ricordo ancora che quando lo lessi,due anni fa,rimasi sorpreso nello scoprire come fosse possibile trattare il comico,l’ironico in un modo così differente dai classici schemi. Mi chiesi come fosse possibile descrivere così bene paesaggi ed anime e mi chiesi come potesse essere in grado,Benni,di denunciare ogni aberrazione senza mai sfociare nel banale,senza mai andare a parare nella più deprimente ed inflazionata quotidianità.

Benni

Altro memorabile romanzo è certamente la compagnia dei celestini il quale valse a Benni premi internazionali e denunce piovute da ogni dove. Esso è caratterizzato da tre aspetti secondo me pregnanti. L’eterno dualismo tra il bene ed il male,la velata denuncia alla pedofilia ed alle mille ipocrisie e falsità presenti all’interno della chiesa ed infine il più importante di tutti: il tema dei bambini come unica salvezza e redenzione per un mondo oramai decadente ed inesorabilmente orientato verso il più tragico ed imminente degli sfaceli. In tale romanzo si muovono personaggi indimenticabili e spesso tremendamente reali. Come per esempio don Biffero il prete che di tanto viene posseduto dal diavolo e costretto a sodomizzare bambini e donne,il meccanico finezza,il professore di biologia marina Eraclitus,i tre orfani,protagonisti del romanzo,Memorino,Lucifero e Alì e sopratutto l’egoarca Mussolardi,l’uomo più ricco e fetente della città che in alcuni attegiamenti e nel,continuamente,ripetuto “mi consenta” ricorda uno dei più importanti fautori del degradante processo di anti-liberalismo attuato in questi tragici anni. Inoltre continuando a discutere di personaggi splendidamente caratterizzati non si può non citare Achille,indimenticabile protagonista dello struggente nonchè inquietante libro Achille piè veloce. Affetto da una rara ed inguaribile forma di distrofia muscolare,Achille è un ragazzo deforme,straordinariamente colto e intelligente,curioso e stranamente impudico. Un giorno invia una lettera ad Ulisse,giovane scrittore ed impiegato in una piccola casa editrice,nella quale chiede un incontro. Unica motivazione il flebile collegamento tra i loro due inconsueti nomi,entrambi omerici. Ulisse ci sta e recandosi a casa di Achille,cosciente della malattia dalla quale era affetto il ragazzo,viene comunque spiazzato dalla stranezza di quell’incontro. Esso,difatti,si svolge in una camera totalmente in penombra,e sopratutto,particolare ancor più strano,la conversazione avviene tra due computer. Infatti Achille nonostante la sua triste ed inesorabile situazione congenita alla quale dovrebbe essere oramai rassegnato trascende ogni stereotipo e conserva ancora,nonostante tutto, un po di vanità evitando di fare scorgere al suo interlocutore il suo volto abnorme e di fargli udire la rochezza quasi disumana della sua voce. I dialoghi tra i due,anche se privi della forma orale, sono comunque uno dei più alti picchi che la poetica di Benni abbia mai raggiunto:totalmente privi di reticenze e pudicizie,di ipocrisie e moralismi,di segreti e compassionevoli frasi di circostanza. A questa ambiziosa ed inusuale struttura narrativa Stefano Benni intervalla capitoli durante i quali si lascia andare alla più sfrenata e rabbiosa satira tramite la quale,ancora una volta,dipinge con colori e sfumature ambiziose un mondo tetro,sempre più allo sfascio e sopratutto;totalmente privo della pietà e del disincanto che uniti in un utopico binomio,potrebbero permettere agli uomini di risalire,seppur lentamente,da un abisso oramai troppo profondo,nel quale spesso non giunge neppure il più luminoso e puro dei riverberi. Infine,vorrei concludere codesto trattato sullo stile e le tematiche spendendo qualche necessaria parola sul linguaggio utilizzato dall’incommensurabile scrittore bolognese. Egli difatti ha lo straordinario merito,come Borges prima di lui,di aver creato un lessico inedito nel quale ogni parola svolge un ruolo ben preciso e nel quale la meravigliosa musicalità che pervade ogni frase è dovuta alla raffinata arte,che oramai lo scrittore padroneggia in ogni sua sfumatura,di miscelare termini appartenenti ai più svariati ambiti. Benni difatti intervalla parole arcaiche ad altre popolari,termini scientifici ad altri esageratamente colti,citazioni latine ad aggettivi inventati da lui. Ogni pagina ha un odore ed una cadenza differente nei romanzi di benni. Ogni storia ricorda una sinfonia differente,ogni personaggio ,ogni singola battuta e descrizione corrispondono ad uno strumento d’epoca che sommati danno come risultato una magica e personale orchestra,pronta a suonare per noi ogni qual volta rileggiamo uno dei tanti capolavori che secondo me, hanno il merito di aver rinvigorito e rinnovato un genere oramai statico nella sua indiscutibilità e sopratutto di averci regalato personaggi,commedie, tragedie, risate e pensieri veramente impossibili da dimenticare.

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Recensione “Tre Operai” - Carlo Bernari

Pubblicato da Marco su Gennaio 10, 2008

Tre Operai viene pubblicato nel 1934, durante il periodo della dominazione fascista in Italia, da Carlo Bernari, nome italianizzato dell’autore di origini francesi, Carlo Bernard, a soli vent’anni.
L’autore, di formazione da autodidatta, crea un romanzo dallo stile insolito e dalle tematiche poco adatte al periodo letterario in cui si inserisce, motivo per il quale è considerato precursore di quel movimento neoverista degli anni ‘40 e ‘50 italiani.
Bernari infatti, propone, ai lettori del periodo, abituati agli artifici tipici del dannunzianesimo, la storia di tre operai e della loro condizione sociale di assoluto disagio.
In un epoca segnata da un regime totalitario, l’opera non è, quindi, conforme alla tipica ortodossia fascista, anzi, viene censurata direttamente da Mussolini e resa “invisibile” e irreperibile dalla maggior parte delle riviste e quotidiani del periodo, intenzionati a proporre esclusivamente recensioni critiche negative.
La trama, ambientata nell’Italia meridionale, si snoda a partire dal 1914 al 1924, un decennio caratterizzato da continui scontri militari e sociali.
I tre operai in questione, Teodoro, Marco ed Anna, si trovano di fronte ad una situazione di degrado economico. Napoli non è descritta attraverso i soliti canoni utilizzati per i paesaggi mediterranei, ma è vista nella sua parte “più” industrializzata, più oscura.
I protagonisti sono quindi impotenti rispetto a ciò che gli accade attorno, ma devono comunque affrontare le tipiche difficoltà fisiche e economiche di una vita di fabbrica, segnata dall’immobilismo della società di cui fanno parte e dai disagi portati dalla guerra.
Sono costretti, infatti, ad abbandonare il loro obbiettivo, quello di progredire socialmente, di raggiungere una stabilità economica e, quindi, di vivere meglio.
In questo racconto impegnato, quindi, l’autore appare palesemente di parte, e esprime i suoi pensieri attraverso la descrizione dei disagi dell’epoca.
Riesce a criticare il fascismo italiano e dissacrare il suo falso lato sociale.
La lettura del libro non risulta semplice e scorrevole ma piuttosto impegnativa.
Sebbene non sia un racconto appassionante e avvincente, è il capolavoro di un autore importante per la storia italiana, non solo nel campo letterario, di una di quelle persone che ha voluto esprimere il suo pensiero anche in un ambiente come quello fascista.
Infine, considerando il tema fondamentale dell’opera, anche se pubblicato quasi un secolo fa, questo romanzo è ancora estremamente attuale e dovrebbe far riflettere sulla situazione che vige in Italia.

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Il Barone rampante - Italo Calvino

Pubblicato da ImMoRt4L su Dicembre 31, 2007

Il barone Rampante

Italo Calvino è l’autore del libro “Il barone rampante”, nel quale ci parla di un nobile barone e di tutte le sue avventure. Calvino nacque il 15 Ottobre 1923 a Santiago de Las Vegas, un villaggio nei pressi dell’Avana (Cuba), da genitori italiani, entrambi professori universitari. Egli ebbe le prime infarinature letterarie con le opere di J. R. Kipling e di E. Montale. Scrisse varie opere, le più importanti sono: “Ultimo viene il corvo”, “Il visconte dimezzato”, “La formica argentina”, “L’entrata in guerra”, “Fiabe Italiane”, “Il barone rampante”, “La speculazione edilizia”, “La nuvola di smog”, il volume antologico “Racconti”, “Il cavaliere inesistente” e nel 1960 raccolse la trilogia araldica “Il visconte dimezzato”, “Il barone rampante” e “Il cavaliere inesistente”, dove analizza la figura dell’uomo contemporaneo e il suo rapporto con la società.

Il protagonista del libro è Cosimo, un dodicenne aristocratico, che dopo un futile litigio con suo padre, decise di abbandonare la sua famiglia e di salire sugli alberi del giardino di casa, per non scendere mai più. Così, per il ragazzo, si aprì una nuova vita, infatti conobbe l’amore, approfondì la conoscenza dell’uomo, imparò a cacciare, a costruirsi una casa e incrementò la sua cultura leggendo e studiando. La vita di Cosimo, si svolse interamente sugli alberi, prima su quelli del giardino di famiglia, successivamente nei boschi del circondario, raggiungendoli saltando di ramo in ramo. Durante questi spostamenti, egli conobbe degli esiliati spagnoli e si innamorò di Ursula che però, terminato l’esilio, ritornò in patria, ponendo fine alla loro storia. La sua “fama” si diffuse con rapidità e se all’inizio veniva reputato come un fenomeno da baraccone e la sua famiglia quasi se ne vergognava, in seguito interagì con personaggi come Diderot, Rousseau, Napoleone e lo Zar di Russia. La morte di Cosimo non viene descritta, infatti egli, vecchio e stanco, un giorno si aggrappa ad una mongolfiera di passaggio e scompare nel nulla.
Le pagine del libro sono riportate con gli occhi del fratello minore di Cosimo, Biagio, che è uno dei tanti personaggi del racconto.

Il protagonista principale del racconto è dunque Cosimo, un dodicenne forte, testardo, introverso e scontroso ma onesto e dotato di forza di volontà, fatto che gli consente di non venire mai meno ai propri ideali. I personaggi principali che lo affiancano, oltre la famiglia, sono: Viola d’Ondariva, bellissima smorfiosetta che si “impossessa” del suo cuore fin dalla tenera età, il cane bassotto Ottimo Massimo, inseparabile compagno di caccia, il brigante Gian dei Brughi, con il quale condivide i suoi libri, l’abate tutore Fauchelafleur e il Cavalier Avvocato. Particolarmente importante è la visione dell’autore, che si conferma poco incline a giudizi e opinioni ottusi e assoluti. Il comportamento di Cosimo si rifà ad una idea di rifiuto delle regole preconcette e di accettazione delle diversità. Calvino si dimostra precursore, soprattutto riguardo a tematiche più ampie come la paura e l’avversione per ciò che si discosta dalla normalità.

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Recensione “1984″ - George Orwell

Pubblicato da ImMoRt4L su Dicembre 13, 2007

 


Il libro 1984 è un romanzo fantapolitico di George Orwell pubblicato nel 1949 e divenuto un classico della letteratura del XX secolo. In un futuro prossimo (l’anno 1984), la Terra è suddivisa in tre grandi potenze totalitarie perennemente in guerra tra loro: Oceania, Eurasia ed Estasia. Lo stato di Oceania, di cui Londra è la capitale, è governato da un onnipotente partito unico con a capo il Grande Fratello, un personaggio che nessuno ha mai visto e che tiene costantemente sotto controllo la vita di tutti i cittadini. Il protagonista del romanzo, Winston Smith, è un membro subalterno del partito, incaricato di censurare i libri e gli articoli dei giornali non in linea con la politica ufficiale. Apparentemente docile, in realtà mal sopporta i condizionamenti del partito. Accanto a lui agiscono altri due personaggi: Julia, della quale Winston è innamorato malgrado il partito obblighi alla castità, e O’Brien, un importante funzionario che il protagonista crede amico ma che in realtà è una spia e fa il doppio gioco. Nonostante i divieti, Winston e Julia diventano amanti e cominciano a collaborare con un’organizzazione clandestina di resistenza chiamata “Lega della Fratellanza”. Si confidano con O’Brien che li denuncia e li fa arrestare. Imprigionato e torturato, Winston apprende da O’Brien i principi fondamentali del sistema sul quale si fonda lo stato e scopre che non è sufficiente confessare e obbedire alle regole, ma che il Grande Fratello vuole possedere anche l’anima e il pensiero dei suoi sudditi. Alla fine, Winston viene costretto a cedere: rinuncia all’amore per Julia e al libero pensiero, sottomettendosi completamente al Grande Fratello. Il libro 1984 è un’aperta condanna del totalitarismo che George Orwell aveva visto all’opera con straordinaria intensità nelle moderne tirannie del nazismo e dello stalinismo. Ma l’efficacia del messaggio politico del libro dipende anche dalla felicità della sua forma romanzesca. Lo stile è diretto, preciso e chiaro. I numerosi dettagli concreti, gli odori, le sensazioni corporee, gli oggetti, la cupezza costante del mondo descritto contribuiscono a tenere il lettore in contatto immediato, e quasi fisico, con i personaggi. Questi sono presentati attraverso i loro corpi: il corpo malato e gracile di Winston, il corpo giovane e pieno di vita di Julia, il corpo vecchio e stanco di O’Brien. La trama narrativa permette così di radicare l’utopia politica, o piuttosto l’antiutopia, di Orwell entro una realtà inquietante ma sempre credibile. Se l’intesità romanzesca del libro permette al lettore di avvicinarsi più facilmente ai suoi contenuti teorici, viceversa la riflessione teorica sui meccanismi del totalitarismo anima il romanzo e dona coerenza ai personaggi e al loro ambiente. Questo intreccio tra teoria politica e finzione romanzesca è rappresentato, ad esempio, nella professione di Winston, incaricato, tra l’altro, di ridurre le possibilità espressive della lingua attraverso la creazione di un nuovo linguaggio totalitario. Analogamente, la questione del passato e della storia ha una doppia valenza, romanzesca e teorica. Il problema della memoria ossessiona Winston, che cessa di essere un oppositore del sistema solo quando cessa di credere al passato. D’altro canto, il controllo del passato e della storia - che il partito esprime nello slogan “Chi controlla il presente controlla il passato, chi controlla il passato controlla il futuro” - è una delle costanti di ogni forma di falsificazione storica, come ad esempio la riscrittura della rivoluzione russa da parte di Stalin. Per questo il libro non è propriamente un romanzo di fantapolitica, ma piuttosto la messa a nudo delle tendenze totalitarie della nostra epoca.

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Recensione “A Futura Memoria” - Leonardo Sciascia

Pubblicato da Marco su Dicembre 11, 2007

Il 1989 è l’anno della morte di Leonardo Sciascia e della sua ultima pubblicazione: A Futura Memoria.
Edito da Bompiani, il libro è una raccolta di tutto ciò che, negli ultimi dieci anni della sua vita, l’autore siciliano ha scritto per le riviste Il Globo e L’Espresso e principalmente per i quotidiani italiani, Il Corriere Della Sera e La Stampa.
Ancora una volta, il fine dell’opera è quello di rendere noti i problemi politici e sociali del paese e di parteciparvi attivamente.
Ma nel libro non manca, unito all’impegno civile, l’intento di condannare la corruzione dello stato e dei suoi organismi, visti, in certi casi, anche come sistema parallelo rispetto a quello mafioso.
Fra i primi a denunciare questo fenomeno quindi, Sciascia ci offre con quest’opera uno spunto per riflettere su argomenti purtroppo ancora attuali e lascia un’importante testimonianza sul fondamentale contributo offerto dallo stesso autore.
Il libro risulta sicuramente interessante e utile ad approfondire alcuni tristi avvenimenti del passato.
Ma non può essere “letto in serenità”, come invece spera l’autore nella conclusione dell’introduzione dell’opera.
È possibile leggere in serenità cronache e opinioni riguardo a delitti e cattive amministrazioni che ancora oggi continuano ad accadere malgrado le continue lotte, dello stato e di alcuni coraggiosi cittadini, contro un fenomeno ormai radicatosi stabilmente nel suolo italiano nonché esportato all’estero?
Secondo me, la lettura del libro dovrebbe risultare più che serena, sconcertante. Così come dovrebbero risultare tali non solo i delitti di cui ogni giorno sentiamo parlare, ma anche quegli atteggiamenti, da parte di gente comune di tute le età, che sono il punto di partenza del fenomeno della mafia. Atteggiamenti che bisognerebbe evitare e combattere affinché si possa intravedere una via d’uscita da questa situazione non più sostenibile.

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